Trascolora

Trascolora, per flauto, clarinetto (cl. basso), violino, violoncello, pianoforte, percussioni
concerto del 1 dicembre 2018, XXIV Festival “Sulle Ali del ‘900”, San Carlino, Brescia,
dèdalo ensemble
https://soundcloud.com/sergio-lanza-190422361/trascolora
presentazione

Trascolora non è un pezzo che “sperimenta” nuovi suoni-rumori o peggio “effetti”. E’ un pezzo che recupera e interpreta, arricchendola delle mie esperienze più recenti sui campi armonici e sugli stati caotici, una delle mie corde più antiche (da “…imagine vocis…” del 1988): il gusto materico-timbrico per il suono che si trasforma, in particolare la transizione dal fruscìo o soffio al suono e viceversa. Fruscìi e soffi, che ricavo dagli strumenti in vari modi, sono per me suoni della natura, vento tra gli alberi, foglie in autunno, onde e risacca del mare: inconsciamente ho come rielaborato un haiku di Ikenishi Gonsui che mi
accompagna da anni:
c’è una meta
per il vento dell’inverno:
il rumore del mare.
L’ho intitolato trascolora ma poteva essere la mia ennesima “Ricerca di mutamento (I, II, III, …)”. Transizioni e bruschi mutamenti, la vita che va, trasforma, travolge e noi che a volte anticipiamo-desideriamo il mutamento, mentre altre lo rincorriamo-subiamo: è il nostro rapporto col tempo –o per lo meno il mio– mai centrato, mai puntuale, sempre un poco sfocato. Io cerco da sempre di esprimere con la musica queste tensioni.

Una breve sintesi autoanalitica.
La fase [1] è caratterizzata da figure sonore rapide e brusche come movimenti rappresi, concrezioni, movimenti di animali tra le foglie secche. Il tutto sullo sfondo lontano del suono liquido, ubiquo e rituale del Dobaci che riempie gli spazi vuoti, le risonanze, e attira nella sua orbita l’emergere delle prime trasformazioni di fruscìi e soffi in suoni, tutti intorno a quel SOL# leggermente calante.
Il passaggio alla fase [2] è brusco segna uno scarto, nonostante la fine della fase precedente avesse dei crescendi. Questa fase è articolata in due parti che iniziano entrambe con un gesto del Pf dalla sonorità devastante: quel gesto sprigiona un’energia che viene raccolta ed elaborata dalle percussioni metalliche prima, quindi dai suoni multipli del Cl. Basso e dal suono estraniato del Violoncello al ponte, infine anche dal Violino e dal Flauto. La duplice direzione è dal fortissimo al pianissimo e dal grave all’acuto. Gli armonici del Pianoforte, a cadenza regolare, danno il senso di una periodicità, sia pure troppo ampia per coagularsi in un ritmo.
L’arrivo alla fase [3] è invece più sfumato e conseguente. Raggiunto il pianissimo e il registro acuto comincia una triplice trasformazione: dal registro acuto a quello medio-grave; da un andamento ordinato da precise scale discendenti a un andamento zig-zagante e caotico; dal suono continuo e tenuto a un suono granulare e secco. Dietro a tutto questo il rullare lontano e profondo della Gran Cassa, percossa poi anche in maniera più pungente in modo da unirsi, assieme ai “pizzicati” del Pianoforte, al paesaggio frantumato e granulare, paesaggio che termina in un vicolo cieco, calamitato dalla nota RE.
E’ ancora il gesto devastante del Pianoforte –quello che apriva la fase [2]– ad aprire qui la fase [4] caratterizzata da un pianissimo (ppp) molto espressivo: c’è un fraseggio implicito nelle ampie curve melodiche che intrecciano fiati e archi, in un contrappunto di amonie quartitonali nelle quali entra anche, a tratti, il Pianoforte, con i suoi armonici poco temperati.
Alla fine di questo momento si apre, con la fase [5], una transizione di ritorno ai “rumori bianchi”, fruscìi e soffi. In questa fase, e nella seguente [6] ritornano anche le sonorità stranianti della fase [2] arricchite dagli armonici “indeterminati” del Pianoforte e intersecate da continui ricordi della texture fatta di suoni acuti e sottili dell’inizio fase [3].
Il pezzo ha una sua prima conclusione al termine della fase [6], con la duplicazione della figura fatta da Piano e Clarinetto B., ma il suono profondo del tremolo della Gran Cassa, con sussulti iterati e sempre più forti, come l’inquieto destarsi di una forza ctonia, produce il mutamento forse più inatteso dell’intero pezzo. La fase [7], con uno scarto drammatizzato dall’improvviso cambio di tempo, reintroduce improvvisamente la texture granulare e puntillistica, fatta però ora solo del crepitare di sonorità asciutte, rumori e colpi secchi. Ritornano anche i silenzi collettivi e il suono argentino del Dobaci ma solo per sciogliersi e fondersi nell’accordo finale in un sospeso crescendo.

Rustles and puffs that I take from the instruments through various techniques sounds for me as sounds of Nature: the voice of leaves, the Autumn wind, the wave and the undertow of the sea. Then there are the sounds of Men, ancient, lost, faraway, never “well tempered”. An inner landscape that goes on in transforming.

© sergiolanza 2018