La morte del Principe, per violoncello (2008)

La morte del Principe (dal “Gattopardo”) per violoncello (2008)
Edizioni Arspublica

(per un’analisi approfondita vedi il saggio l’op. 31 e lo “spazio dei ritorni” su de Musica)

La morte del Principe, per violoncello solo, dedicata al violoncellista Guido Boselli, è un lavoro ispirato dal VII capitolo del Gattopardo. Queste le idee che legano il VII capitolo del romanzo di Tomasi di Lampedusa al mio pezzo.

 Nel romanzo l’idea della fine della vita è espressa con una affascinante metafora sonora: lo scorrere via del fluido vitale viene assimilato prima all’inudibile rumore dei granelli di sabbia della clessidra poi a uno scorrere d’acqua sempre più presente e forte fino allo scroscio del mare. Vi è dunque l’idea di un crescendo di questo “suono della fine”, un suono interiore che solo il protagonista ascolta e che è inversamente proporzionale al suo spegnimento fisico. Nel pezzo le idee di un finire e di un crescendo, si realizzano attraverso due direzioni (anche immaginative) che prendono piede gradualmente: una diastematica, verso il grave, l’altra dinamica, verso il forte. Questa metafora non è espressa una volta per tutte ma è reiteratamente ripresa lungo tutto il VII capitolo, questo prolungamento delinea come una propria storia, un proprio sviluppo, all’interno della storia principale. Questa reiterazione della ripresa appartiene già alla mia scrittura da tempo, ma qui ha trovato una sua peculiare sostanza immaginativa (vedi schema formale). Tra gli altri elementi reiterati, l’elemento G (i piccoli glissandi) riassume in sé l’immagine complessiva della direzione verso il grave. Il VII capitolo racchiude una veduta d’insieme, una ripresa condensata di momenti significativi della vita del protagonista: ricalcando la consueta idea circa gli ultimi momenti di un moribondo, essa viene ad assolvere, nell’economia narrativa, una funzione quasi riepilogativa. Nel mio pezzo ho voluto dare ad uno dei momenti-idee un’estensione più consistente, quasi una digressione, e un’articolazione che richiamasse, nella sua struttura permutativa, quella generale del pezzo, come una mise en abîme
Nel romanzo assistiamo ad un rimescolamento dei ricordi (il bilancio dei momenti felici/infelici) attraverso una successione di immagini e ri-sentimenti che abbandona presto l’ordine cronologico per seguire quello della libera associazione. Anche questo rimescolamento faceva già parte della mia concezione della forma come elaborazione della concezione fenomenologica del “presente esteso”. La struttura formale dipana una successione di idee che, in realtà, nella mente dell’ascoltatore si stratifica verticalmente, si viene a costituire una polifonia immanente, una compresenza virtuale alimentata dalla ripresa continua che getta dunque ponti tra i contenuti in avanti e all’indietro nel tempo, costruendo la forma (come Bildung più che Gestalt) nella coscienza dell’ascolto, nel suo farsi.

© 2008 Sergio  Lanza